Moni Ovadia: “Lascio la Comunità ebraica di Milano, fa propaganda a Israele”
"Ho deciso di lasciare, come ha fatto Gad Lerner, a causa della mancata presa di posizione dei vertici milanesi dopo l’uscita di Berlusconi al binario 21, nel Giorno della Memoria". I capi, prosegue, "considerano 'amici' i 'sinceri democratici' come La Russa, che fino a poco tempo fa facevano il saluto romano inneggiando a quelli che hanno sterminato la nostra gente"
di Silvia Truzzi | 5 novembre 2013

Diceva don Primo Mazzolari che “la libertà è l’aria della religione”. Non era ebreo, come non lo era George Orwell che in appendice alla Fattoria degli animali scrive: “Se la libertà significa qualcosa, significa il diritto di dire alla gente ciò che non vuol sentirsi dire”. L’eco di queste frasi si sente entrando nella casa di Moni Ovadia a Milano. Per dar seguito al nome pacifista, il cane Gandhi si accomoda sul divano insieme a un paio di gatti; il caffè bolle, l’attore con il capo coperto racconta la storia del festival promosso dalla comunità ebraica che si è svolto alla fine di settembre a Milano, Jewish and the city. “Qualcuno, durante una riunione tra gli organizzatori ha posto il veto alla mia presenza. E gli altri hanno ceduto”.
Perché?
Per le mie posizioni critiche nei confronti del governo Netanyahu. Le
violazioni del diritto internazionale, mi riferisco all’occupazione e alla
colonizzazione dei territori palestinesi, durano da oltre cinquant’anni. Ho
imparato dai profeti d’Israele che bisogna essere al fianco dell’oppresso. Io
esprimo opinioni, non sono depositario di nessuna verità. Penso però che questa
situazione sia tossica. Per i palestinesi, che sono le vittime, ma anche per
gli israeliani: non c’è niente di più degradante che fare lo sbirro a un altro
popolo. Aggiungo però che io m’informo esclusivamente da fonti israeliane. Non
palestinesi: gli ultrà palestinesi sono i peggiori nemici della loro causa.
Apprezzo molto due giornalisti israeliani di Haaretz,
Gideon Levy e Amira Hass. Quello che dico io, rispetto a quello che scrivono
loro, è moderato. Bene: vivono in Israele, scrivono su un quotidiano
israeliano, sono letti da cittadini israeliani e pubblicati da un editore
israeliano.
È iscritto alla Comunità ebraica di Milano?
Sì, per rispetto dei miei genitori. Ma ho deciso di andarmene. Io non voglio
più stare in un posto che si chiama comunità ebraica ma è l’ufficio propaganda
di un governo. Sono contro quelli che vogliono “israelianizzare” l’ebraismo. Ho
deciso di lasciare, come ha fatto Gad Lerner a causa della mancata presa di
posizione dei vertici milanesi dopo l’uscita di Berlusconi al binario 21, nel
Giorno della Memoria.
Dicono che le sue critiche a Israele nascono dal desiderio di
avere consensi, successo, denaro.
Ma oggi chi è a favore della causa palestinese? La sinistra?
Nemmeno più Vendola lo è! E allora dove sarebbe il grande pubblico che mi
conquisto? Più ho radicalizzato le mie critiche, più il mio lavoro è diminuito,
mi riferisco agli ingaggi e non al pubblico. Il teatro è per tutti, il
teatrante è un cittadino e come tale ha diritto alle sue idee.
Lei non è abbastanza “carino”?
Per niente, ma non si parla di cose carine. Il comportamento della comunità
internazionale nei confronti del popolo palestinese è semplicemente schifoso.
Nel 2000 intervistai per il Corriere della Sera un
colonnello della Golani, le teste di cuoio d’Israele. Mi disse: “Se tu hai un
bazooka in mezzo ai denti e un mitragliatore tra le chiappe, ci sono almeno due
modi per uscirne”. Da militare m’insegnò che se si vuole fare la pace, si
riesce. Se io dicessi che il governo Netanyahu è un po’ birichino, ma non così
tanto, diventerei immediatamente il più grande artista ebreo italiano. Invece
offendono i miei spettacoli.
È vero che riceve minacce?
Appena scrivo qualcosa, sul mio sito arriva di tutto: minacce, insulti,
parolacce. I termini sono sempre “rinnegato”, “traditore”, “nemico del popolo
ebraico”. Ho criticato l’episodio del bimbo palestinese di cinque anni che
aveva lanciato una pietra ed era stato portato via da undici militari
israeliani. Mi hanno scritto: “Avesse potuto quella pietra arrivare sul tuo
cervello marcio”. Questi sono i termini, mai risposte nel merito. Mia moglie,
che gestisce la mia pagina Facebook, spesso non me li fa leggere, li cancella e
basta.
Sono ebrei quelli che la insultano?
La gran parte sì.
Aver subito la discriminazione non è servito a nulla?
Si, ma paradossalmente questo ha un aspetto positivo. Significa
che gli ebrei sono come tutti gli altri. Si trovano in una condizione in cui il
nazionalismo è a portata di mano? Diventano i peggiori nazionalisti, malgrado
la Torah condanni l’idolatria della terra. L’ebraismo è una cosa, lo Stato
d’Israele un’altra. Qualcuno ha sostituito la Torah con Israele. Il buon ebreo,
dunque, non è quello che segue la Torah, ma quello che sostiene Tel Aviv. I
sinceri democratici – tipo La Russa – sono amici d’Israele. E non importa se
fino a poco tempo fa facevano il saluto romano inneggiando a quelli che hanno
sterminato la nostra gente.
Dell’affaire Vauro cosa pensa?
La vignetta su Fiamma Nirenstein prendeva in giro la disinvoltura con cui una
donna, appassionatissima della causa israeliana, può sedere in Parlamento
accanto a uno come Ciarrapico, che non ha mai smesso di dirsi fascista. Ha
fatto benissimo Vauro a querelare chi gli dava dell’antisemita. Non solo perché
ha vinto in due gradi di giudizio, ma perché l’accusa di antisemitismo è troppo
grave per usarla a sproposito.
Lei cosa chiede?
Vorrei essere criticato – non calunniato o insultato – ma rispettato. Vorrei
semplicemente avere il diritto di dire la mia opinione e potermi confrontare.
Da Il Fatto Quotidiano del 5 novembre 2013